Oggi ho parlato qui…SocialMobile 2012 (UPDATE!!!)

Amici ed amiche,

scusate per la lunga latitanza ma cambiare lavoro, casa, regione di domicilio ed organizzare un matrimonio tutto assieme è attività logorante, faticosa e impegnativa.

Ma soprattutto lascia pochissimo spazio per dedicarsi ad un povero, infelice e poco seguito blog. In ogni caso, prometto che sarò più diligente nei prossimi mesi.

Ma aldilà di tutto ciò, ricompaio per darvi una notizia incredibbole ed eccezziunale: oggi ho parlato qui, al SocialMobile 2012 di Soiel, presentando un intervento che non c’entrava niente ma che a quanto pare è piaciuto. IBM, Microsoft, RIM e Oracle (e tanti tanti altri) hanno parlato dei loro prodotti cercando di convincere una numerosa e festosa platea ad acquistarli. Io ho parlato per ultimo ed ho cercato di convincerli a non farlo, cioè non proprio a non farlo ma almeno a considerare anche altri aspetti oltre a quelli citati dagli altri relatori.

Ho parlato più o meno degli stessi concetti che avevo già messo nero su bianco qui. In realtà aldilà di tirarmela un po’ quindi non è che io sia stato così innovativo (sono arrivato a citarmi da solo, sono autoreferenziale come un gruppo rock anni 70 durante una reunion).

Esperienza interessante anche se bizzarra: in effetti il mio intervento teso a dimostrare la distanza siderale tra una società in continua evoluzione e un mondo ICT enterprise sempre più avvoltolato su se stesso (avvoltolato sarà italiano? Boh, però rende l’idea…lo lascio)  ha funzionato perfettamente.

Non nel senso che sia stato utile ad accorciare questa distanza, anzi. Nel senso che l’intervento è stato in effetti a una distanza siderale dal resto della giornata, scaturendo un po’ l’effetto di una barzelletta a un funerale.

Chissà che effetto ha fatto agli altri…boh, io ci ho provato.

Semper vester

P.S.

quando pubblicheranno i materiali dell’evento vi aggiornerò col link, almeno anche voi potrete farvi un’idea…

EDIT 15/05/2012: ecco qua il pdf dell’intevento…scarica subito, non sei curioso? Socialmobile


Poesia organizzativa: Sui tetti del direzionale

Ora che ho cambiato lavoro posso pubblicare con maggiore serenità questa poesia organizzativa del Dicembre 2010.

[caption id=”attachment_371” align=”aligncenter” width=”225” caption=”Il Direzionale”]Il Direzionale[/caption]

Sui tetti del Direzionale
c’è un mondo diverso, che è quasi Natale
guarda bene chi c’è nelle scale
così poi si urla si piange si può parlar male

C’è chi fuma due sigarette
due sono troppe e dice che smette.
Ma alla fine lo metti alle strette
anche lei, lo sapevo, ha rifatto le tette

Sui tetti del Direzionale
fumi, riscendi e sei giù di morale
“Ma rimettiti a posto quel nodo!”
Quest’anno mi lascio, mi sposo o cambio lavoro

2+2=5? La censura e l’oblio al tempo di internet…

Amici, amiche ed affini di questo blog, torno finalmente a deliziarvi con questo primo post 2012. Sono stati mesi intensi, carichi di cambiamenti e novità. Ho abbandonato la triste e grigia città della moda e sono finalmente tornato sulle placide sponde del Tirreno (giusto in tempo per vederci scaraventata contro una nave da crociera). Assisterete quindi nei prossimi mesi ad un brusco calo delle lamentele esistenziali (spero) che hanno avuto in questi anni ampio spazio su queste pagine. In ogni caso non vi preoccupate: troverò senza dubbio quanto prima qualcos’altro di cui lamentarmi.

Ma veniamo al vero argomento di questo post, argomento che volevo trattare da tempo e che stavo tenendo nel cassetto in attesa dell’occasione propizia. E proprio stamattina, mentre leggevo serenamente il giornale, l’aggancio perfetto si è presentato ai miei occhi:

http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_27/sondaggio-su-monti-sparito-radio-padania_a8bec23e-492a-11e1-b976-995c60acee8e.shtml

(Riassunto per pigri: dopo la manifestazione a Milano ed i presunti fischi a Umberto Bossi, il sito di Radio Padania  pubblica sabato un sondaggio per i propri lettori sul gradimento rispetto all’operato del governo Monti, col chiaro intento di dimostrare che la Lega E’ e SARA’ sempre duramente e puramente CONTRO (contro cosa? boh). Il sondaggio arriva in poche ore a dimostrare l’esatto contrario con l’80% dei partecipanti che si dichiara soddisfatto del nuovo primo ministro, il sondaggio sparisce dal sito, dall’homepage, dall’area sondaggi e qualsiasi link all’informazione incriminata risponde un 404 del server…pagina inesistente).

Questo fatto pone immediatamente l’accento su un problema annoso di cui ho spesso discusso anche in passato: l’oblio e la censura sul web. C’è chi sostiene, il mio ex direttore, ad esempio, che uno dei pericoli dell’informazione digitale (immateriale) sia proprio la sua tendenza all’essere effimera, non “scolpita nella pietra”, modificabile in ogni momento da qualcuno intenzionato a cambiare la storia e a far si che 2+2 faccia 5, in un gioco aritmetico di orwelliana memoria (erano anni che sognavo di scrivere una cosa del genere :-P).

In parte è un’analisi corretta: se nel passato l’unico modo che aveva un regime per far sparire le informazioni scomode era di mettere all’indice e far bruciare libri e giornali non allineati, il dover distruggere fisicamente un certo numero di fonti non era affatto facile. E così i poveri faraoni egizi erano costretti a far cambiare a colpi di martello e scalpello tutti i geroglifici prodotti da eventuali faraoni precedenti fatti sparire da colpi di stato ed affini. Così la povera Chiesa Cattolica era costretta ad aggiornare continuamente il proprio indice, a dare imprimatur, a lanciare scomuniche e a bruciare eretici. Uno spreco enorme di risorse e di fiammiferi insomma, con la paura che qualche copia dell’ultimo best-sellers di Galileo si salvasse dalla furia censoria e rimanesse lì a disposizione delle generazioni future. Ma esempi simili si possono tranquillamente trovare nella storia più recente (praticamente tutti i regimi dittatoriali del Novecento si sono prodigati in tale arte) e anche recentissima (fatwa varie, Cina, ecc.).

Con la nascita del web e con la progressiva digitalizzazione dell’informazione, tutto ciò rischia di diventare estremamente semplice: se una qualsiasi fonte online vuole (o è costretta) a far sparire una notizia per sempre non deve far altro che rimuoverla dal proprio server. Se, ancora peggio, vuole alterarla per qualche turpe fine, ancora più semplice: il documento intitolato “Viva il re” diventa “Viva il nuovo re” ed il gioco è fatto.

Questa analisi, apparentemente ineccepibile, non considera però la natura stessa del mezzo internet, la sua struttura genetica intrinseca: la rete delle reti nasce come sistema specchiato in cui l’informazione, seppur univoca, è replicata infinite volte su infiniti server acceduti da innumerevoli punti di accesso incontrollabili ed indipendenti. Internet nasce proprio per far si che se un elemento della catena cade, si rompe o diventa irrangiubile, il resto dell’infrastruttura è in grado di riconfigurarsi istantaneamente e di continuare a servire l’informazione richiesta come se nulla fosse. Il concetto, originariamente militare, è diventato però arma insostibuile di democrazia e trasparenza. Tutte le evoluzioni che hanno fatto si in questi anni che il web diventasse il nostro principale canale per affacciarci al resto del mondo hanno portato con sé questa caratteristica genetica: i motori di ricerca, i blog, i social network non fanno eccezione.

Torniamo così all’esempio di partenza di questo articolo. Radio Padania ha cancellato il sondaggio e la pagina, con un po’ di sforzo avrebbe potuto ottenere da Google e dagli altri motori di ricerca la cancellazione della risorsa dagli indici di ricerca. Da un certo punto di vista, il completo oblio sarebbe stato garantito a questa scomoda notizia. Ma così non è stato: milioni di persone hanno avuto l’occasione di vedere la pagina, di leggerla, di commentarla. Tutti gli utenti internet hanno avuto la possibiltà di scrivere sul proprio blog un commento alla notizia. Milioni di utenti dei social network hanno potuto scrivere tweet o commenti sui propri profili. La cancellazione stessa o un’eventuale rettifica non dichiarata, sarebbe stata immediatamente sottolineata dalla libera comunità degli utenti del web di tutto il mondo. I confini nazionali e gli eventuali poteri politici locali sarebbero stati immediatamente smascherati e superati dalla comunità globale di utenti attivi. La verità storica sarebbe stata immediatamente ripristinata dall’insieme delle libere menti di tutti noi.

La condivisione impazzita ed incontrollabile che rende il web caotico, spesso inaffidabile e alle volte anche pericoloso, è la prova migliore di come l’immateriale fluire dell’informazione, non più ancorata al potere di pochi gatekeeper,  sia la più grande forza democratica nata nella storia dell’umanità (mamma mia che frase ad effetto).

Semper Vester

dc

Quest’articolo è apparso nel 2009 sulla rivista Persone&Conoscenze, casa editrice ESTE (Milano)

Tag, metadati, semantic web: queste sono le parole chiave per giocare col caos delle…

L’armadio della conoscenza

Quest’articolo è apparso nel 2009 sulla rivista Persone&Conoscenze, casa editrice ESTE (Milano)

Tag, metadati, semantic web: queste sono le parole chiave per giocare col caos delle informazioni, dei documenti, della conoscenza. In contesti che divengono sempre più complessi, come il  web e le grandi organizzazioni, non è più possibile cercare di rinchiudere la naturale destrutturazione delle informazioni all’interno di strutture centralizzate, potenti, rassicuranti. L’approccio di forza non riesce a tenere il passo di una realtà che è, per sua stessa natura, rumorosa ed imprevedibile. Si scopre così che strutture piccole, decentrate ed imprecise come i tag possono diventare l’arma vincente di un’innovazione basata sulla capacità di creare, organizzare e sfruttare conoscenza.


L’armadio della conoscenza

Qualche giorno fa ho messo in ordine il mio armadio. Ho svuotato i cassetti e le ante, appoggiando tutto un po’ alla rinfusa sul letto. Ho mentalmente fatto una stima degli spazi che avevo a disposizione per riordinare il tutto, numerando, inconsciamente, le classi che avrei potuto assegnare all’informe massa indistinta di un vestiario stratificato nel tempo. Poi ho cominciato a classificare: nella prima anta ho deciso di mettere la biancheria. Ho avuto subito una perplessità di fronte ad una maglietta un po’ aderente, senza troppi indugi però ho deciso che era una t-shirt e l’ho tenuta da parte. Arrivato alla seconda anta, in cui ero convinto di archiviare senza troppi affanni l’abbligliamento estivo, mi sono arrestato: magliette e pantaloncini corti, ma da usare spesso anche l’inverno. Decido per una categoria a parte, creo un apposito spazio per lo sport e passo oltre. E così più vado avanti e più mi rendo conto di come le mie scelte siano guidate più da impressioni, ricordi, sensazioni, che non da ragionamenti o da processi logici: non sono le caratteristiche fisiche dell’oggetto, ma è la personale conoscenza dei miei abiti che influenza la categorizzazione che ne faccio, creando una struttura di contenuti modellata sulla mia specifica visione delle cose. E ciononostante, sono costretto a fare delle scelte, scelte di struttura che influenzano anche la forma e l’uso che farò del contenuto. Una camicia messa nel cassetto degli abiti da tempo libero non la metterò più in ufficio, se non a costo di andarla a cercare appositamente. La scelta strutturata mi costringe, in conclusione, ad una sostanziale perdita di conoscenza (scelgo una sola categoria delle tante ragionevoli) e ad una inevitabile restringimento delle possibilità di fruizione.

Pensiamo adesso di sostituire, o affiancare, il mio armadio con un contenitore indifferenziato in cui gettare tutto il mio vestiario così com’è, senza attribuzione di forma o area di destinazione. Per ciascun capo potrò però specificare opportune etichette che ne descrivano proprietà, aspetti, caratteristiche intrinseche o impressioni personali. Una sciarpa può essere contemporaneamente “abbigliamento invernale”, “freddo”, “sci”, “stadio”. Quando ho bisogno di accedere al mio armadio io non apro ante e cassetti ma mi limito, dall’esterno. ad eseguire una ricerca su una di queste etichette o su più etichette insieme. Sarà larmadio stesso ad estrarre e propormi tutti gli oggetti a cui sono attribuite quelle stesse etichette. Gli abiti mantengono la loro natura, non sono forzati in strutture che ne definiscono a priori caratteristiche e modi di utilizzo. Gli oggetti divengono parte di molteplici categorie contemporaneamente: categorie libere, naturali, pensate appositamente per lo specifico oggetto ed il suo reale utilizzo e non stabilite a priori da qualcuno che ha cercato di creare cassetti buoni per tutto. Manca però ancora una feature” da richiedere al falegname di fiducia nella realizzazione di questo brillante guardaroba: far si che anche altre persone possano associare etichette ai miei abiti. A qualcuno quella sciarpa così colorata può sembrare decisamente anni ‘70. Perciò la etichetta come “anni 70”. Qualcun altro si limita ad un generico “vintage. Ciascuno riversa nel mio armadio il suo modo di vedere le cose, mettendomi a disposizione un po della sua conoscenza. Nel caso domani sera fossi invitato ad una festa hippie, il mio armadio collaborativo avrà raccolto la conoscenza necessaria per supportare anche un tipo di ricerca per la quale non era stato progettato, su un tipo di dato inizialmente non previsto nel data model dell’oggetto.

Tag e Folskonomy: organizzare dal basso

Con lo sviluppo di piattaforme web caratterizzate dalla centralità dei “prosumer” (consumatori e al tempo stesso produttori), e perciò dalla presenza massiccia di contenuti creati dagli utenti (si pensi a YouTube, a Flickr, ai social network e in generale a tutto l’indistinto universo chiamato “web 2.0”), il mondo del web si è trovato sommerso da una quantità assolutamente incontrollabile di informazioni. Un armadio di proporzioni incalcolabili in cui i tipi di risorse disponibili non erano più prevedibili a priori, così come le categorie in cui organizzarli. In una tassonomia di 5 anni fa avreste mai pensato di inserire una categoria di risorse chiamata “profilo di social network”? Probabilmente no, ed è proprio in questo contesto che nascono i tag, etichette testuali libere che possono essere associate ad una qualsiasi risorsa per metterne in evidenza aspetti e proprietà. Per dirla con Wikipedia: Un tag è una parola chiave o un termine associato a un “pezzo” di informazione (un’immagine, una mappa geografica, un post, un video clip …), che descrive l’oggetto rendendo possibile la classificazione e la ricerca di informazioni basata su parole chiave. I primi tag sono di solito inseriti dall’autore stesso, per poi essere integrati dal libero lavoro di tagging di tutti gli altri utenti. Si trova una risorsa, se ne nota un aspetto o una proprietà interessante e lo si tagga. Si sfrutta così l’intelligenza “diffusa” per creare connessioni implicite (non fisicamente esplicitate) e fluide (non univoche) tra elementi di conoscenza: due documenti che risultano “taggati” con la stessa etichetta hanno infatti un implicito rapporto di similarità. Ma non solo, questo lavoro alacre ed incontrollabile di classificazione proveniente dal basso genera una vera e propria tassonomia di risorse: quella che comunemente viene chiamata “folskonomy” (da “folks” persone e “taxonomy” tassonomia). Grazie al tagging collaborativo di tutti gli utenti infatti, gli oggetti vengono organizzati in una tassonomia fluida che non organizza le risorse in un’unica alberatura stabilita a priori, ma in un numero di strutture pari al numero di tag presenti sulla risorsa. Come recita uno degli slogan di Del.icio.us, la più diffusa piattaforma per la condivisione di bookmarks: “Your bookmarks will organize themselves. Tag your bookmarks. Collections will naturally emerge.”

E’ evidente che i tag riflettono l’intima accettazione, tipica del mondo web, che la perfezione non sia raggiungibile in un ambiente complesso, affidandosi alla capacità di sfruttare meccanismi di approssimazione che divengono sempre più precisi mano a mano che cresce il numero di connessioni, di risorse, di utenti che partecipano attivamente. Perchè i tag sono liberi, imprecisi, rumorosi. Nessuno ne ha il controllo, proprio come le pagine di Wikipedia: è la quantità di contributi a far si che l’informazione corretta emerga naturalmente dal rumore. Nessuno può dire che un tag sia “sbagliato”, ma saranno solo i tag maggiormente utilizzati ad avere importanza e riscontro. In questo modo la rete dimostra di essere in grado di autoregolamentarsi, e le prove empiriche sembrano dargli ragione: i tag, se il campione preso in esame è sufficientemente numeroso, rispondono con precisione solo leggermente inferiore ai tradizionali sistemi di classificazione e, specialmente se usati in parallelo a questi ultimi, riescono a garantire una flessibilità ed una ricchezza altrimenti impossibile da raggiungere.

[caption id=”attachment_357” align=”aligncenter” width=”500” caption=”Una tag cloud riprodotta con www.wordle.com”]Una tag cloud con Wordle[/caption]


Un passo oltre: il sapore semantico della rete

La versione riveduta e corretta dell’armadio della conoscenza ha però ancora un grave difetto: le centinaia di etichette che ho posto sui miei oggetti non hanno nessuna semantica agli occhi di un sistema software. Informatizzando Saussure si può dire che non sono dotate di nessuna connessione “machine-readable” tra il significato e il significante, ovvero tra le lettere che compongono la parola “sciarpa” e quell’oggetto caldo che si avvolge al collo a cui tutti pensiamo sentendone pronunciare il nome.
Insomma “Ceci n’est pas une pipe”: il significato dei tag non è comprensibile per una macchina, che non è così in grado di svolgere su di essi nessuna elaborazione, se non elementari elaborazioni statistiche (ad esempio sul numero di volte che due tag vengono usati insieme). Creare sistemi semantici da risorse destrutturate è il fine che persegue da quasi 10 anni la ricerca sul Semantic Web, avviata dallo stesso “inventore” del web stesso, quel Tim Berners-Lee che in un articolo del 2001 dichiarava: “The Semantic Web is an extension of the current web in which information is given well-defined meaning, better enabling computers and people to work in cooperation.”. Il Semantic Web prevede l’utilizzo all’interno di una risorsa di “etichette invisibili”, in grado di connettere singoli elementi della risorsa a dizionari standard e condivisi presenti in rete. Una recensione cinematografica pubblicata on-line come puro testo (non strutturata quindi nei consueti campi di un database) può essere arricchita da indicazioni semantiche che rimandano ai significati esplicitati dalle definizioni presenti nel dizionario: il nome e cognome presente in calce alla recensione, che un essere umano individua immediatamente come autore del testo, può essere inserito in un tag, invisibile nella pagina ma visibile nel codice, che indichi al sistema che il contenuto del tag è quello che un dizionario standard (ad esempio il Dublin Core, dizionario tra i più diffusi) definisce “author”. E così può avvenire per molte altre informazioni come la data, il voto assegnato al film, il nome del regista o del protagonista. Grazie a queste etichette la semantica delle risorse, e i rapporti logici che sussistono tra le risorse stesse, diviene esplicita, permettendo al sistema di svolgere attività automatica di inferenziazione, confronto, analisi. Il web diventa così in grado di rispondere a quesiti sempre più evoluti ed articolati, ma espressi dall’utente con linguaggio sempre più semplice, più naturale. E’ il software che si occupa di connettere le informazioni e fare inferenze, confronti, aggregazioni. Dopo anni di tentennamenti e tanto scetticismo, il mercato del Semantic Web si è finalmente popolato di grandi attori: Google ha recentemente lanciato il suo nuovo motore semantico, Squared, e il supporto a RDFa e Microformats (due tra i più diffusi formati per l’etichettatura semantica) per creare snippet di ricerca sempre più ricchi. Tutto questo in opposizione al precedente SearchMonkey di Yahoo e al nuovo competitor Wolfram Alpha.  Motori di ricerca in grado non solo di indicizzare contenuti per parola chiave ma di connettere informazioni e risorse in modo automatico, rispondendo in modo “intelligente” alle richieste degli utenti.

Economia della conoscenza e caos informativo

Le aziende, come tutte le organizzazioni complesse, generano ogni giorno una quantità enorme di documenti, dati, informazioni. Conoscenza organizzativa destrutturata, dispersa, imprevedibile e di cui spesso non si coglie il valore. In parte perchè la maggioranza di queste risorse sono impossibili da ricondurre nelle strutture dettate dai metodi tradizionali di classificazione, sistemi, ma soprattutto forme mentali, che cercano di attribuire alla conoscenza una forma a priori fatta calare dall’alto, prestabilita ed immutabile. Dall’altro lato, pur riconoscendone il valore, c’è il rischio che questa conoscenza organizzativa passi sulle nostre scrivanie silenziosa e sfuggente, nascosta dentro insospettabili allegati email, oscure tabelle di Excel, malnominati documenti di Word.

Ma la conoscenza oggi vale: se fuori tutto è in continuo e rapido mutamento, alle organizzazioni non rimane che ricominciare a guardare al proprio interno. Si è detto che le aziende sono da sempre caratterizzate da un flusso continuo di informazioni destrutturate, ma oggi, rispetto al passato, esistono strumenti in grado di rendere fruibile questa conoscenza, lasciandone inalterata la natura ricca, rumorosa, imprevedibile. Grazie ai tag e alle connessioni semantiche l’azienda ha la possibilità di raccogliere, elaborare e mettere a disposizione il suo bagaglio di conoscenza organizzativa come mai prima d’ora.

Vogliamo davvero che tutto questo funzioni?

A questo punto appare evidente che il dibattito sulla cosiddetta “Enterprise 2.0” non sia tecnologico, ma organizzativo. Le tecnologie, gli strumenti, i sistemi in grado di supportare la creazione collaborativa di conoscenza e il suo ottimale utilizzo funzionano, hanno pregi notevoli e problematicità conosciute. Il problema sta nell’avere il coraggio di affrontare il cambiamento organizzativo che queste tecnologie comportano. Il tagging è una pratica difficile da coniugare con una cultura aziendale orientata al controllo. E’ necessario considerare che importare in azienda strumenti web significa accettare l’implicita natura democratica della collaborazione, l’assenza di controllo, il definitivo affermarsi dell’autorevolezza sull’autorità. E’ necessario, per quanto possa sembrare complicato, imparare ad accettare l’imperfetto, il rumoroso. Ma anche il conflitto e il vandalismo. Di fronte ad un ambiente competitivo, sociale, tecnologico e culturale che rapidamente cambia forma ed attori, un’organizzazione in grado di sfruttare il caos, oltrechè un illuminante ossimoro, è il segno tangibile dell’accettazione di nuovi paradgimi culturali e metodologici. E’ la politica dell’ascolto, del rispetto e della trasparenza. Se il potere è nelle mani di chi possiede la conoscenza, e la conoscenza è creata tramite libera collaborazione e condivisione, c’è rischio concreto di rendersi improvvisamente conto che esso non sia nella mani di chi, fino ad oggi, ci saremmo aspettati.

Quest’articolo è apparso originariamente sulla rivista Persone&Conoscenze, casa editrice ESTE (Milano)
Il rapporto tra sistemi aziendali e sistemi domestici si è definitivamente capovolto: con…

Rincorrere le nuvole: il salotto sorpassa l’ufficio

Quest’articolo è apparso originariamente sulla rivista Persone&Conoscenze, casa editrice ESTE (Milano)
Il rapporto tra sistemi aziendali e sistemi domestici si è definitivamente capovolto: con l’avvento di sistemi software basati sul web, di infrastrutture complesse raggiungibili da remoto e con la diffusione di piattaforme gratuite ed aperte, gli utenti hanno a disposizione nel salotto di casa strumenti equivalenti se non superiori a quelli che tutte le mattine trovano ad attenderli alla propria scrivania. Una piccola rivoluzione che prefigura uno scenario sempre più complesso per il mercato dell’informatica enterprise, ma che al tempo stesso mette a dura prova le modalità con cui le organizzazioni guardano alle proprie risorse. Un’analisi dello scenario, delle implicazioni e dei possibili sviluppi.

Dal mainframe aziendale al netbook sul divano: storia di una rincorsa

Ciò che Vannervar Bush aveva soltanto teorizzato, immaginando a partire dal 1932 il suo famoso MemexLa descrizione completa del Memex è contenuta nel saggio “As we may think” pubblicato da Vannevar Bush su The Atlantic Monthly nel luglio 1945 , personal computer ante-litteram fatto di microfilm, leve e bottoni, si sarebbe realizzato tecnicamente solo 40 anni dopo: il computer personale, l’apparato tecnologico in grado di estendere la memoria e le potenzialità della mente umana, è infatti dovuto passare attraverso diverse generazioni di mediazioni governative, militari, scientifiche e sociali prima di arrivare nelle case di tutti noi. Il primo personal computer della storia è infatti da molti datato 1977 ed è il rivoluzionario Apple II, progettato da quello Steve Jobs che negli ultimi anni ha cambiato la concezione della nostra vita digitale con iPod, iPhone e IPad. Il concetto, oggi come allora, era semplice: rendere il computer un oggetto disponibile a chiunque e non solo a tecnici, informatici e “sacerdoti” in camice. E così si è passati nel giro di un paio di decenni dall’era dei mainframe, computer giganteschi utilizzati per fini militari e di ricerca, a quella dei personal computer, oggetti a basso costo accessibili a chiunque.
Superata l’era del mainframe e dei camici bianchi, rimaneva comunque un gap apparentemente incolmabile tra sistemi professionali e sistemi di casa. Il costo delle apparecchiature e dei software rendeva impossibile per gli utenti consumer di avvicinarsi alle prestazioni e alle funzionalità dei sistemi aziendali. I server, racchiusi dentro inaccessibili e multimilionari centri elaborazione dati, e il software, ancora sotto forma di costoso e complesso monolite, erano accessibili solo alle grandi organizzazioni, che potevano così mettere a disposizione dei propri membri ciò che di più evoluto l’industria informatica era in grado di proporre. Nel frattempo però i personal computer sulle nostre scrivanie di casa, nel pieno rispetto della Legge di Moore, diventavano sempre più potenti e capaci. I costi delle apparecchiature e dei programmi scendevano rapidamente, andando a colmare un divario che pareva fino a poco tempo prima  destinato a durare per sempre. Ma la partita nel frattempo si stava spostando di nuovo, giungendo all’atto finale di un sorpasso impensabile. Dalla fine degli anni ‘90 ad oggi, è stata infatti la capacità di connettersi alla rete a diventare progressivamente il parametro reale di valutazione del “potere tecnologico”. Se ancora non molti anni fa le connessioni veloci erano esclusivo appannaggio del mondo enterprise, lasciando le case in balia della disperazione da doppino telefonico e modem a 56kb, la capillare diffusione di connessioni veloci e flat, e lo svilupparsi del concetto di always on, del vivere sempre connessi, ha direttamente ed indirettamente capovolto i rapporti di forza esistenti, aprendo agli utenti domestici possibilità addirittura superiori rispetto a quelle a disposizione delle organizzazioni e dei loro membri. L’evoluzione di internet, e di conseguenza del web, ha infatti permesso, in primo luogo, un incredibile miglioramento della qualità del software open source. Molti più sviluppatori potevano unire il proprio codice, collaborando allo sviluppo di soluzioni gratuite sempre più vicine al software professionale, e al tempo stesso milioni di utenti nel mondo potevano liberamente scaricare quegli stessi programmi, ottenendo applicazioni sempre aggiornate e di livello qualitativo in continua crescita. E’ sufficiente pensare all’ascesa inarrestabile del browser open source Mozilla Firefox nei confronti di Internet Explorer di Microsoft. Ma soprattutto tale capacità di connessione globale ha dato il via alla progressiva affermazione di piattaforme online che, oltre a sostituire in molti casi i tradizionali programmi residenti, hanno reso incredibilmente potente qualunque utente connesso alla rete. Mi riferisco, ad esempio, alle piattaforme web di Google o al mondo dei social network: la posta di Gmail, i documenti di Google Docs e, paradossalmente, i microgiochi di Facebook hanno rivoluzionato il modo di progettare, sviluppare e soprattutto di fruire qualsiasi prodotto informatico, anche quelli destinati al mondo professionale.

ll software sulle nuvole

Questa tendenza è sfociata in quello che tutti oggi chiamano cloud computing. Purtroppo, come gran parte dei termini riguardanti il mondo della rete che rimbalzano improvvisamente all’attenzione dei media, il significato di cloud computing è stato più volte esteso o ridotto, in un calderone fatto di tecnologie, dispositivi, applicazioni e tanta confusione.
Mantenendo un’accezione sufficientemente ampia si può definire come cloud computing una qualsiasi operazione in cui l’elaborazione non viene eseguita in locale sul dispositivo dell’utente, ma in una location remota (the cloud) a cui l’utente accede tramite connessione internet (definizione apparsa in Cloud Computing: Eyes on the Skies, di Steve Hamm - la potete trovare qui) . Una definizione più complessa ma sicuramente più suggestiva e chiarificatrice è quella di Eric Schmidt, CEO di Google: “You had these relatively dumb terminals. In the PC period, the PC took over a lot of that functionality, which is great. We now have the return of the mainframe, and the mainframe is a set of computers. You never visit them, you never see them. But they’re out there. They’re in a cloud somewhere. They’re in the sky, and they’re always around. That’s roughly the metaphor.”
In apparente contraddizione con quanto detto finora stiamo così assistendo, proprio grazie alla rete, al ritorno del vecchio concetto di mainframe, di supercomputer, citato in apertura. Ma è da notare come vi sia una macroscopica divergenza tra questi sistemi cloud ed il mondo dei centri elaborazione dati visti in precedenza: nel caso del cloud computing, il mainframe in cui le applicazioni web sono installate è online e raggiungibile da chiunque, gratuitamente e tramite una semplice connessione internet. E il software che se ne avvale è incredibilmente potente e veloce, pensiamo al motore di ricerca Google o alla mole di informazioni elaborata ad ogni click da Facebook o Linkedin. Gli utenti domestici hanno pertanto a disposizione lo spazio, la velocità, le funzionalità e la potenza di calcolo che in passato erano messe a disposizione solo delle grandi, se non delle grandissime, organizzazioni. Ma la cosa ancor più sorprendente è che se è vera l’ultima affermazione, non è più vero il contrario: sono adesso le grandi organizzazioni a non poter tener testa alle capacità che queste architetture ci mettono ogni giorno a disposizione.
Attualmente infatti, nel mondo enterprise, le sole a poter beneficiare appieno di questa rivoluzione che tutti stiamo vivendo sono le piccole aziende, per le quali l’esternalizzazione della propria infrastruttura informatica risulta più vantaggiosa e, al tempo stesso, i rischi e le problematiche ad essa connesse risultano assai più accettabili. Il mondo della grande azienda  rimane ancora estremamente scettico, spesso a ragione, di fronte agli attuali limiti di queste piattaforme web e delle architetture cloud in genere. Limiti che partono dall’assenza di una completa garanzia di servizio, per arrivare alla scarsa possibilità di controllo sulle transazioni, senza considerare i temi di responsabilità nei confronti di informazioni aziendali riservate che, volenti o nolenti, sono difficili se non impossibili da affidare ad una generica “nuvola” sperduta chissà dove. E così, nonostante sia evidente a tutti che nella competizione globale il vero vantaggio si basi sempre più sull’innovazione, i grandi sono spesso costretti a rimanere al palo. Daryl Plummer, vice presidente di Gartner, ha dichiarato che su 10 dollari spesi dalle aziende in tecnologia, 8 vengono investiti per manutenzione di sistemi, invece che per innovare. Gli fa eco Andrew Erlichson, CEO e co-fondatore di Phanfare, software house che ha spostato ormai tutte le proprie attività interne on the cloud: “Our differentiator is software development; it’s not storing data on generic disks”Anche in questo caso si preferisce mantenere la sintetica e perentoria versione inglese della citazione. In italiano potrebbe suonare come “La nostra capacità di differnziarsi si basa sullo sviluppo di software; non sul memorizzare dati su dischi”
E così diventa impossibile fronteggiare le superpotenze del web nel progettare un sito, una intranet, un sistema interno o semplicemente nello scegliere un software proprietario per rispondere a requisiti di business. Anche a fronte di investimenti ingenti, la capacità di rilasciare continuamente nuove funzionalità e nuove applicazioni del mondo della rete non è sopportabile per un’organizzazione. Il web cambia continuamente e così le sue mode, tempi, paradigmi. Cambiano velocemente le modalità di fruizione dei media e, cosa ancor più rilevante, cambiano velocemente le abitudini, le aspettative e le modalità di interazione sociale degli utenti stessi.

Utenti e (internet)dipendenti: le implicazioni organizzative

Diventa evidente pertanto che aldilà di una possibilie arretratezza tecnologica e di un preoccupante buco di innovazione, questa separazione sempre più netta tra i sistemi informativi aziendali ed il web che tutti i giorni i dipendenti delle stesse aziende vivono da casa, porta con sè nel medio termine ancor più rilevanti implicazioni organizzative. Non è forse lecito che un dipendente di una grande azienda si chieda come sia possibile che i sistemi web su cui lavora non siano nativamente compatibili e navigabili con il suo iPhone, mentre gran parte delle piattaforme per blog (gratuite) che utilizza tutti i giorni sul web lo sono? Non è forse naturale che agli occhi di un dipendente, abituato alla naturalezza dell’interfaccia, alla velocità e alla precisione della posta di Gmail, le performance dei sistemi della propria azienda paiano robotici dinosauri software? Il rischio è che la credibilità stessa dell’organizzazione venga minata agli occhi dei suoi stessi membri. Il pericolo diventa ancor più evidente se si prova ad alzare ancora un po’ lo sguardo e si cominciano a considerare le modalità di lavoro, di pensiero e di collaborazione a cui le piattaforme web ed una vita sempre più connessa ci stanno abituando. Abitudini che, è bene sottolinearlo, non sono forzati stravolgimenti del “normale” processo, dell’istituzionale modo di operare, ma che sono anzi il risultato di una tecnologia che solo ora, grazie al web, diventa piena realizzazione degli ideali alla base di quel Memex di cui si è parlato in apertura. Sistemi che sono estensione e potenziamento di strutture mentali e di modalità di interazione, azione, lavoro, connaturate alla natura stessa dell’essere umano. Di fronte a tutto ciò appare drammatico pensare che in virtù di policy, vincoli, paure e rigidi processi l’organizzazione non sia in grado di seguire l’evoluzione inarrestabile dei membri stessi che la compongono.

Cercando di riacciuffare la nuvola

La rivoluzione tecnologica legata alle nuove frontiere del web ha influenzato in modo radicale la nostra società, la nostra cultura, le nostre abitudini. Nel delineare possibilità, scenari ed ipotesi è pertanto impossibile scindere la soluzione tecnologica da quella umana, culturale, organizzativa. Se è vero che il medium è il messaggio, è altrettanto vero che il messaggio stesso rappresenta il nostro modo di pensare, di agire, di vivere. E, perchè no, di lavorare. Il tipo di software che un’azienda utilizza è omogeneo alla cultura organizzativa di cui l’azienda vive. E così se la qualità dei software domestici ha superato quella dei software aziendali, è evidente che sono le strutture organizzative stesse ad essere arretrate rispetto ai modi di vivere e di lavorare delle nuove generazioni di dipendenti. Ma le nubi non sono poi così grigie e le aziende hanno tutte le possibilità per colmare il gap. Orientandosi, ad esempio, su politiche sostenibili di utilizzo del software open source, in modo da riuscire ad utilizzare quegli stessi software aperti ed in continua evoluzione utilizzati da milioni di utenti nel mondo. Sfruttarli in maniera sostenibile, appunto, perchè le aziende hanno l’opportunità di  sottoscrivere apposite versioni enterprise di questi software, dotate di consulenza dedicata, supporto e garanzia. Ma il gap deve essere colmato anche a livello organizzativo, adottando modelli di gestione delle relazioni interne, della comunicazione e, perchè no, del personale più vicini a quegli stessi paradigmi social che divengono ogni giorno più familiari ed integrati nella vita di tutti noi. Fino ad arrivare a soluzioni tecnologico-organizzative estreme: Serena Software negli scorsi anni ha dato vita ad un progetto innovativo quanto radicale, sostituendo la tradizionale piattaforma intranet con Facebook. Ai dipendenti è stato chiesto di dedicare un’ora di ogni venerdì alla cura del proprio profilo e tutti sono stati incoraggiati ad inserire foto ed informazioni che rappresentassero i propri interessi e una parte della propria personalità. Così l’amministratore delegato si è fotografato vestito da golfista ed un altro dirigente da motociclista. Il fatto che Facebook risulti aperto anche all’esterno, alla totalità degli utenti del web, è visto come un’occasione, non come un pericolo: il top management della società utilizza il proprio profilo per pubblicare comunicati stampa e survey, così che giornalisti e clienti possano accedervi senza problemi. Un caso tanto estremo quanto irreplicabile e, proprio per questo, paradigmatico: alla base di uno slancio innovativo non vi sono solo azzeccate scelte tecnologiche, ma coraggiose scelte organizzative.

Tempo fa avevo aperto un account su Tumblr. Insomma mi ero tumblerizzato in tempi quasi non sospetti. Poi devo aver visto che cominciavano i Griffin in tv, mi sono distratto e da lì in poi mi…

L’uomo del giorno dopo: Tumblr

Tempo fa avevo aperto un account su Tumblr. Insomma mi ero tumblerizzato in tempi quasi non sospetti. Poi devo aver visto che cominciavano i Griffin in tv, mi sono distratto e da lì in poi mi sono completamente dimenticato dell’esistenza del mio account e più in generale di questa piattaforma. Nel frattempo ha cominciato a parlarne tutto il mondo ed io ho colto l’ennesima occasione per arrivare in ritardo. L’inutilità della puntualità direbbero gli Afterhours.

Effettivamente è molto interessante, permette un approccio estremamente rapido al blogging. Diciamo che è un po’ un incrocio tra un blog e un microblog, quindi direi che si tratta di una piattaforma di miniblog.

Veramente ben fatta la proposta: tutto gratis, tutto aperto, nessuna pubblicità, completa libertà sul codice (potete fare ciò che volete del tema!) ed estrema semplicità di utilizzo. In 2 click avete aperto un blog e potete postare con sms, mail e penso anche tirando una pallottola di carta spiegazzata con su uno scarabocchio scritto a Bic dentro il cestino della spazzatura.

Insomma…è da provare.

Per il momento ho deciso di ripubblicare anche lì, tramite synch, i contenuti di questo blog. Magari poi mi prende la voglia e comincio a usarlo seriamente. In ogni caso è consigliatissimo a chi vuole aprire un blog in maniera istantanea senza nessuno sbattimento e con massima libertà (binomio difficilissimo da trovare in giro…basta guardare ai prodotti Apple :-P).

Se vi interessa: http://damianoceccarelli.tumblr.com/

Semper Vester

DC

Mi sono tumblerizzato

Chissà come funziona questa tumblerizzazione